Lun, 14 Feb 2022 Adalgisa e l’amore

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Torino, 23 aprile 1902. Lungi da me velleità artistiche, oggi parlerò soltanto d’amore.

Da diverso tempo tengo un diario in cui riporto pensieri che voglio serbare, descrizione di momenti degni di essere ricordati, sogni che faccio a occhi aperti… Quando mi decido a scrivere oltre al luogo e alla data aggiungo una frase a mo’ di titolo, quasi un’epigrafe di me stessa ai posteri.


E oggi ci tengo a mettere in evidenza della necessità di scrivere per me senza alcuna aspirazione a essere pubblicata. Anche perché, mi dico, chi mai potrebbe voler leggere il diario di storie d’amore più sognate che vissute?

Che io sia Adalgisa non occorre ribadirlo. Che questa possa essere, finalmente, la mia storia d’amore, è davvero probabile. E se queste parole dovessero essere lette tra cento o mille anni, se vorrete leggerle, sappiate dunque che è una storia d’altri tempi, lontana dai vostri giorni anche se l’amore, credo, rimarrà lo stesso. L’amore non ha età e travalica il tempo. L’amore, quello vero, nasce al primo sguardo, per istinto, è il riflesso improvviso di un raggio di sole che si specchia sulla spuma fumante di un rigagnolo di montagna. L’amore primigenio sconvolge i sensi, il cuore e la mente. Ciò che rimane è semplicemente altro dagli amori, seppure grandi affetti.

Il prossimo 1° maggio 1902, sarà un venerdì, avrò 20 anni e vedrò per la prima volta Alberto. Vivo nella città dove ho sempre vissuto assieme ai miei genitori e da dove non mi sono mai spostata, Torino. La città con il suo fiume balneabile, c’è da aspettare ancora qualche mese, che attraversa il Parco del Valentino, dove da pochi anni hanno costruito un borgo medievale e dove ancora c’è un castello in cui avrà sede tra qualche anno, così mi ha riferito mio padre, il Politecnico. E poi si sono moderne carrozze trainate da cavalli, tramvai che attraversano tutta la città. E che dire della linea a S nella moda? Io, sono figlia di questo tempo.

Torino, 2 maggio 1902. Quando nasce un amore.

Ieri, quando sono stata presentata al mio futuro marito, nella dimora della mia famiglia, non ho proferito alcuna parola, né avrei dovuto, giammai avrei potuto e neanche avrei voluto. Del resto questa è un’epoca in cui non è conveniente interrompere le persone, parenti o estranei, che hanno più anni di noi. E, quel giorno, fra i presenti ero la più giovane.

A te che custodisci i miei pensieri, posso confessare quei sentimenti che mai avrei proferito, mi sono innamorata di lui appena l’ho visto. Di lui mi piace tutto, il volto, il naso, la forma degli occhi di una sfumatura che tende al viola, i capelli neri come la pece, il vestito elegante e quel passo deciso da uomo fiero.

Vi confesso che ero nervosa, per me era il sogno di una vita sposarmi ma nello stesso tempo il mio cuore era felice solo a metà perché non lo conoscevo per niente. Da giovani, di continuo, ci illudiamo ma credo che imparerò a conoscerlo per riuscire ad amarlo più di quanto già lo sono. Sarà, ne sono certa, un amore eterno.

Sulle ragazze dell’alta società, a cui appartengo, le buone maniere esercitano la medesima pressione che promana dalle leggi dello stato o della provincia. Sono prescrittive, ogni commento contrario all’etichetta è redarguito già solo dallo sguardo della propria tutrice. Per non parlare di una eventuale replica che finisce per essere ripresa dagli inevitabili rimbrotti dei propri genitori se il precettore ritiene giusto avvertire.

A essere sincera, devo ammettere che, pure il mio futuro sposo ha pronunciato poche parole, quelle uniche che erano previste. Sono state quelle riguardanti la sua presentazione e la riverenza dovuta ai miei famigliari presenti. Per tutto il resto del tempo hanno parlato solamente i nostri genitori.

Mio padre è un tipo misurato, persino inquietante nel suo aplomb, un comportamento comune in questi anni, pure mia madre appare perfetta, sempre dedita alla cura della casa, tutto quello che io mi auguro di essere. Anche se dentro mi sembra di scorgere un carattere ribelle, a volte si sviluppa in me un forte desiderio di indipendenza. Lo confesso solamente a te.

La visita era stata decisa da tempo e preannunciata da molti giorni. La mia attesa è consistita nel prepararmi degnamente all’evento. Le donne mi possono capire. Io sono una ragazza minuta, sebbene flessuosa e proporzionata, dal volto simile a un angelo michelangiolesco, che può turbare. Ho i capelli neri e molto lunghi che acconcio in cima alla testa e ci impiego molto tempo a sistemare. Nella scelta del vestito, per me importante, ho dedicato il tempo necessario. Mi è piaciuto un abitino nero con un corpetto aderente, ho scelto a fatica quale calzatura abbinare al vestito, mi sono concentrata sul trucco, un abbondante mascara e sulla scelta del profumo, ho scelto Flomary.

Su come si conviene per una fanciulla stare a tavola sono stata preparata sin dalla più tenera età, mi è naturale mantenere il contegno richiesto. Dopo il déjeuner, guai avessi osato dire qualche parolina in piemontese, «piuttosto usa il francese» amava ripetere mia madre con sufficienza, dopo il pranzo, a dire il vero, con il mio futuro marito, qualche parola l’abbiamo scambiata. Tutti hanno fatto finta di parlare fra di loro, mia madre con la mia futura suocera, mio padre con il padre di lui, in realtà sono restati in ascolto di ciò abbiamo detto noi due.

Di cosa parlare lo ha deciso il mio futuro marito, mi auguravo solamente che non fosse attinente alle corse dei cavalli che si tengono alla Crocetta, o della caccia alla volpe o di altre amenità del genere, e comunque avrei dovuto reggere la conversazione di qualunque facezia si fosse trattata. Mi auguravo, è così è stato, si potesse parlare del luogo dove saremmo andati ad abitare, del palazzo che il mio futuro suocero, senatore del Regno, stava facendo costruire apposta per noi, Casa Tasca. Sarà pronta il prossimo anno, nel 1903, e seguirà i canoni del nuovo stile giunto dall’Inghilterra, il liberty, che adoro.

Alberto mi ha detto che avremmo abitato al piano nobile, cioè al primo piano e, di notte al secondo piano, di questo palazzo. Al piano terra ci sarebbe stata la servitù per brigare al cibo e alla lavanderia, servitù che avrebbe alloggiato all’ultimo piano, al quarto. Al terzo non avrebbe abitato nessuno perché destinato al vestiario e alla biancheria.

In tutte le stanze, comprese quelle della servitù, ci saranno dei quadri di artisti contemporanei, italiani e stranieri: Monet, Cézanne, Gauguin, Modigliani, De Chirico. L’arte rende accettabile la quotidianità.

Il nostro sarà un amore appassionato e romantico, fatto di sguardi, di lunghe passeggiate nei viali sotto i portici. Mi prometto di amare Alberto alla follia, sia nella buona sia nella cattiva sorte. E se il destino lo vorrà avremo una discendenza che sarà testimone di questo nostro grande amore.

La vita è adesso e continuerà anche se i tempi cambieranno e la gente cambierà con loro. Intanto vorrei ricordarvi il giorno del nostro matrimonio, abbiamo circa un anno per prepararci alla cerimonia, organizzare la festa, comunicare gli inviti ai partecipanti e scegliere i nostri abiti nuziali, il mio sarà bellissimo. Andremo a vivere in via Beaumont al civico 3, sarà il 14 febbraio del 1903, il giorno di San Valentino, il giorno degli innamorati.

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