Mar, 24 Dic 2019 Varese, in un giorno di festa

racconto Varese natura 3 minuti, 39 secondi
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Mi chiamo Biagio e una cosa l'ho capita, se voglio trovare ancora delle brioches al bar, devo andarci a un'ora decente, altrimenti non trovo più niente se non quei biscotti a lunga conservazione. Oggi mi trovo a Varese, per qualche giorno e per la prima volta.

Domani dovrò testimoniare in un processo. Lei, la vittima, è una mia cara amica e sono orgoglioso di poterla sostenere in questo triste momento della sua vita.

Tornando alla prima colazione, che fosse un giorno festivo o feriale, per me è un rito: cappuccino e brioche e un goccio d'acqua in uno di quei bicchierini che di solito, pieni di alcool, li bevono gli attori nei film, che mandano giù in un sol fiato. (In realtà credo sia acqua o qualcosa del genere, sennò altro che girare le scene successive).

Che la domenica mi debba alzare prima per riuscire a fare colazione l'avevo intuito da tempo. Per qualche motivo, durante un fine settimana mi era capitato di alzarmi prima del solito. Appena uscito mi sono diretto al bar pensando che lo avrei trovato con pochi clienti se non addirittura vuoto. Manco a pensarlo che mi accorsi invece che erano rimasti liberi solo due tavolini, tutti gli altri erano occupati da una ciurma di vecchietti arzilli che sembravano appena scesi da una nave crociera da poco ormeggiata in porto. Poco probabile in una città senza mare.

Ho trovato alloggio in un albergo in pieno centro e quindi per questa volta non avrò problemi a fare colazione con gli alimenti che desidero.

La testimonianza la renderò domani mattina, oggi è un giorno festivo, sono solo e piove. Di certo non uscirò dalla stanza solo per mangiare, ho intenzione di fare qualche passo per la città. Non sarà la pioggia a fermarmi, non ricordo quando e chi l'ha detto ma gli esseri umani non sono solubili in acqua. Dunque mi accingo a mettere il naso in strada sotto un buon ombrello che porto sempre in valigia, dovunque vado.

Mi piace girare senza una meta, a casaccio, profittando di un senso dell'orientamento che mi consente di non perdermi neanche in un luogo sconosciuto.

Giro un paio di angoli e mi ritrovo in Via Leopardi. Al numero 15 c'è un cartello che segnala la vendita di un locale commerciale. Ho già visto che siamo vicinissimi alla basilica di San Vittore e non posso rimandare nell'oblio il primo pensiero che mi è venuto sull'attività davvero ideale per questo locale. L'idea mi viene suggerita dalla scultura in rilievo, di una coppia di angioletti, posta sopra l'ingresso. Personalmente la farei diventare un'agenzia di pompe funebri. Vado oltre, dalla Piazza su cui affaccia la chiesa giro sotto un'arcata sotto cui sono poste delle lapidi che ricordano i caduti in guerra.

Di queste iscrizioni commemorative ne metterei ovunque per ricordare a chiunque che ciò che abbiamo lo dobbiamo al sacrificio di questi uomini e donne e che ciò che è avvenuto, se ci si distrae un po' più del dovuto, può ritornare.

Molto bene, un meraviglioso portico, chiudo l'ombrello e proseguo lungo il suo percorso. Credo che i porticati, assieme ai marciapiedi, siano la dimostrazione più concreta di come un gruppo di famiglie possa farsi comunità. Qualcosa del genere lo si può intuire dalla struttura delle case a ballatoio tanto diffuse tra il 1700 e il 1800, poi ha preso sopravvento una sempre maggiore riservatezza che ha diluito il senso di comunità degli attuali condomini. (Mi sto vietando di dirlo in inglese perché è una parola abusata, usata a sproposito senza più significato, molto meglio riservatezza).

Davanti a me vedo una piazza con una fontana e sullo sfondo colonnati su tutti i lati del piazzale. Proprio dietro il palazzo di fronte, intravedo degli alberi, probabile che siano sopra un'altura. Attraverso la piazza e mi dirigo verso di essi.

Giro in Via Carrobbio in fondo alla quale vedo la facciata di una chiesa, Sant'Antonio appena ci arrivo e sulla sinistra l'ingresso a un giardino verso cui mi dirigo. Leggo, Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello, ecco cosa mi ci vuole oggi. In aggiunta c'è anche la mostra "Renato Guttuso a Varese". Mentre salgo lungo una strada che vi si dirige, ammiro gli alberi secolari che fanno da contorno alla costruzione: abete, faggio, platano, cedro del libano, ginkgo biloba, ippocastano, oleandro e un bel cipresso di Lawson. La chiamano città giardino, hanno ragione, lo merita davvero questo appellativo.

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