Sab, 03 Ott 2020 Too much information

racconto psicologia Varese 5 minuti, 1 secondo
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Un fischio di treno. Presto sarebbe arrivato e mai avrei immaginato di assistere a una scena simile. Pensiamo che un fatto strano possa accadere solo agli altri e quanto più è insolito più ci meraviglia che possa succedere anche a noi.

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Stazione di Varese Casbeno. Sono da poco passate le quindici. Estate 2020, una calda giornata di fine agosto. Ci sono solo due binari ma solamente il binario due viene usato, quello più lontano dalla stazione. Occorre usare il sottopasso per poter prendere il treno. Tra i binari, solo davanti alla stazione, con dei tubi da ponteggio hanno creato una specie di steccato per evitare che i viaggiatori possano attraversare i binari senza servirsi del sottopasso. 

Dagli altoparlanti si sente una voce, un poco gracchiante, che dice «… ricordiamo ai signori viaggiatori che è vietato attraversare i binari.» E poi aggiunge «… disporsi lungo il marciapiede e mantenere la distanza sociale, nell’attesa del treno,» a causa della pandemia da coronavirus. Continua dicendo «… ricordiamo ai signori viaggiatori che a bordo del treno occorre indossare la mascherina.» Non è finita «… allontanarsi dalla linea gialla, nell’attesa del treno,» e ancora «… è vietato aprire le porte del treno e salire prima che lo stesso sia completamente fermo.»

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Mi trovo sulla banchina del binario due e, nell’attesa del treno per Milano Cadorna, osservo gli altri viaggiatori. Lo faccio con nonchalance e senza fissare troppo a lungo, come sappiamo fare noi donne. Le persone sono numerose, mi soffermo su alcune: una coppia di mezza età e una signora con qualche anno in più in piedi, un ragazzo accovacciato a terra con la schiena appoggiata a una parete dell’ascensore ascolta della musica con le cuffiette, una trentenne dalle linee morbide è seduta su una panchina, un signore dalla chioma sale e pepe sta salendo adagio le scale del sottopasso.

Per fare il sottopasso, anche con l’andatura di chi ha superato gli anta, sappiate che ci vogliono molto meno di sessanta secondi, un solo minuto. Con l’ascensore più o meno lo stesso tempo. Un giovane potrebbe impiegare anche meno di quindici secondi. 

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I protagonisti di questa storia si trovano sulla banchina del binario uno. Sono una coppia di adolescenti, un ragazzo e una ragazza, e stanno seduti sulla panchina vicina alle scale del sottopasso. A volte gli adolescenti usano le stazioni come punto di ritrovo, per rimanere un poco appartati. Non è questo il caso, uno dei due viaggerà per tornare a casa. Entrambi smanettano sul proprio cellulare.

La ragazza si gira verso di lui e gli dice «hai visto?» mostrandogli l’ultimo video del suo rapper preferito. Il ragazzo si gira a guardare per qualche secondo «non mi piace, l’ho già pushato.» La ragazza gli risponde seccata «Stai sciallo, bro, non ti va mai bene niente.»

Da quello che ho appena sentito mi sembra di non aver capito niente, è il linguaggio dei giovani.

Ancora un messaggio dall’altoparlante che annuncia l’arrivo del treno.

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A questo punto la ragazza si allontana di corsa dal ragazzo, ancora impegnato in qualche attività con lo smartphone, senza salutarlo e senza che lui alzasse lo sguardo.

La ragazza, non curante della scritta sulla banchina “vietato attraversare i binari” scende correndo dal marciapiede, intenzionata a trasgredire il divieto. Poggia un piede sulla prima rotaia, poi su una traversa e dopo sulla seconda rotaia. Supera il primo binario.

Adesso si accinge, con la stessa veemenza, a oltrepassare la struttura fatta con i tubi che la separa dal secondo binario. Inciampa sulla struttura che si rompe e diversi tubi cadono a terra causando un frastuono che desta tutti i presenti dai propri pensieri.

La ragazza scivola, batte un ginocchio sui sassi ingrigiti dalla pioggia e dalla polvere. Si rialza subito, spaventata, corre, supera il secondo binario, sale sulla banchina desiderata. Si tocca le diverse parti del corpo interessate dalla caduta, ha il volto teso, che mostra dolore. Tenta di attirare l’attenzione del ragazzo – con un termine antiquato, fidanzatino – appena lasciato, forse vorrebbe aiuto o qualche parola di conforto.

Il ragazzo è ancora impegnato al cellulare, sembra immerso in una conversazione, guarda la scena con totale indifferenza. Senza volerlo, penso «meno male che non ha filmato la scena! Sarebbe stato ancora più triste di questa mancata reazione.»

La ragazza, urlando, lo chiama diverse volte «Fabio!, Fabio!», inutilmente. Delusa, si allontana lungo la banchina.

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La signora anziana, che ha assistito a tutta la scena, si preoccupa e inveisce contro la ragazza «È certo che i tubi caduti ostacoleranno il passaggio del treno, lo faranno deragliare, fai qualcosa».

La ragazza, quasi convinta a rimediare, accenna a ritornare tra i binari per alzare la sbarra metallica spinta con il ginocchio in prossimità della rotaia.

La lei della coppia di mezza età per scoraggiare la ragazza le urla «non ci provare!» Ci riesce. Nel frattempo, il treno è già visibile in fondo all'ultima curva.

Il lui della coppia di mezza età, alzando anche lui la voce, si rivolge alla signora dicendole «la smetta di incitare la ragazza a fare questa stupidaggine perché i tubi non sono un problema. Sono posati all’esterno del binario per cui le ruote che poggiano all’interno del binario non li toccheranno.» L’anziana signora, pur rimanendo contrariata verso la ragazza, sembra essersi convinta.

Nel frattempo, gli altoparlanti continuano nella loro trita cantilena, una specie di inascoltato “Al lupo, al lupo”. Un tempo nelle stazioni, e anche sui treni, c’era maggiore silenzio e volendo si riusciva a leggere anche un buon libro. Oggi ci sono troppi messaggi, un frastuono continuo, obblighi e divieti ripetuti senza tregua, che ci impediscono anche solo di pensare. È vero che da giovani si è bastian contrari, ma senza quel fastidioso rimbombo forse anche la ragazza avrebbe potuto essere più attenta.

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Non saprei dire se è una radio in lontananza o solo una mia suggestione ma mi sembra di sentire le note di una canzone degli anni ’80, dei Police, dal titolo “Too much Information”, che ripeteva «Troppe informazioni mi attraversano il cervello. Troppe informazioni mi fanno impazzire...»

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