Lun, 31 Dic 2018 Piccoli tesori nascosti

racconto Torino 5 minuti, 20 secondi
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Una persona mi ha chiesto di scrivere un racconto su Torino, «vorrei vedere», mi ha detto, «la nostra città attraverso i tuoi occhi.»

Io però, faccio parte della categoria di coloro che visitano poco la propria città. Cosa c'è di meglio, ho pensato, se non di dare la parola a due miei amici che hanno girato il mondo in lungo e largo, hanno visitato decine di città, paesini e metropoli, ne hanno viste di ogni, ma, come la sottoscritta, mai avevano visitato la propria città fino a quando hanno deciso di farlo.

Li ho intervistati ma desiderano rimanere anonimi. Pur di sapere ciò che hanno visto, accetto il compromesso e quindi non svelerò i loro nomi.

E mi dicono.

Entrambi, come sai, siamo di Torino. Ci siamo nati e ci siamo rimasti. In questi casi si suppone che la conoscessimo. Diciamo di sì, la conoscevamo come quelli che vivono nella propria città.

Da bambini e poi ragazzi e poi giovani adulti siamo andati a scuola a Torino. Abbiamo fatto le nostre amicizie e frequentato i suoi locali. E poi il lavoro, il matrimonio, i figli che nascono e crescono. Le ferie al mare, qualche volta in montagna. Tante gite in altre città italiane e all’estero.

Quando sentivamo di una mostra che ci interessava siamo sempre partiti, nave, treno, aereo non faceva differenza. Invece della nostra città abbiamo visto proprio poco, fino ad allora.

Poi un giorno ci capita di leggere una lettera lasciata in buca. Sono passati diversi anni ormai ma ancora la ricordiamo.

Per farla breve non la riportiamo. Il sunto è presto detto. Dopo essersi presentata, una certa Luisa T., offre la propria competenza di guida turistica per offrirci una serie di itinerari da svolgersi in Torino. Sempre alla scoperta di curiosità e segreti della città, poco conosciuti ai più.

L’invito era allettante.

A questo punto ci diciamo, perché no? In effetti ci farà bene offrirci una bella passeggiata e guardare la nostra Torino come se fossimo dei turisti appena giunti in città.

Abbiamo telefonato e ci siamo accordati sul luogo del ritrovo. L’appuntamento era in Piazza Castello, proprio al centro della città, sopra le fontane a raso.

Ci imbattiamo in una donna fuori dal tempo, bassa di statura, occhi penetranti, doppio mento. Con un passo prudente ma deciso la signora Luisa, dopo le presentazioni, si incammina e ci dice di seguirla.

Calendario meccanico

«Andiamo al 25 di Via Garibaldi a vedere cosa nasconde la Cappella dei Mercanti. Vi si trovano dodici opere pittoriche di notevole importanza riguardanti la Natività e l'Epifania e qualcos’altro.»

Mentre ci dirigiamo verso l’edificio di culto, la nostra guida, forse anche per prendere fiato, ci chiede qualcosa di noi. Mentre ci accingiamo ad entrare le chiediamo quale sia la sorpresa.

«La sorpresa è il calendario meccanico universale di Giovanni Plana, una macchina da calcolo, fatta quasi tutta in legno e carta.»

«Scegliendo una data, mediante delle ruote dentate dà una serie di informazioni sul giorno della settimana corrispondente, le festività, i cicli lunari, la cronologia dei papi, i santi celebrati. Ma con un limite: le date possono andare dall’anno zero fino al quattromila. Provatelo due volte con le vostre date di nascita, per sapere le informazioni legate a quel giorno.»

Scala reale

Torniamo sui nostri passi verso Piazza Castello. Appena fatti pochi metri la signora Luisa capisce il nostro stupore nel ritornare da dove eravamo venuti. Avrà pensato “costoro pensano che avremmo potuto incontrarci direttamente davanti alla Cappella dei mestieri”.

Forse per giustificarsi, ci dice «quando voglio vedere qualcosa, per ricordare bene, ci passo almeno due volte: la seconda volta vedo cose che non avevo notato la prima volta e, sono sicura, dovessi ripassare ancora, vedrei qualcos’altro che mi è sfuggito anche la seconda volta.»

Non sappiamo se l’avesse preparata ma la riflessione ci era piaciuta.

Lungo l’itinerario vediamo ancora lo Scalone delle forbici, situato all’interno del Palazzo Reale, progettato da Filippo Juvarra nei primi anni del ‘700. Al termine della realizzazione della scala, lo stesso architetto volle decorarla con un medaglione raffigurante un paio di forbici mentre tagliano una lingua biforcuta. Tutto ciò per ridicolizzare le malelingue di corte.

Superstizioni

Usciamo dal palazzo, appena superata la cancellata della Piazzetta Reale la signora Luisa ci fa girare a sinistra in direzione dell’Armeria Reale, la superiamo. Si ferma davanti alla Prefettura di Torino e precisamente davanti al Medaglione in bronzo raffigurante Cristoforo Colombo.

«Il dito mignolo di Colombo viene considerato un portafortuna per i torinesi, soprattutto per gli studenti universitari che prima di ogni esame, lo accarezzano.»

Non siamo superstiziosi, però non si sa mai. Lasciamo Colombo e, rimanendo sempre sotto il porticato, superiamo l’Archivio di Stato e il Teatro Regio e giriamo in Via Verdi. Passiamo davanti alla RAI e al Museo della Radio e della Televisione.

All’incrocio con via Montebello alziamo lo sguardo per guardare la Mole Antonelliana, attuale Museo del Cinema. Andiamo avanti fino in via Giulia di Barolo, dove giriamo a sinistra e procediamo, sul marciapiede alla nostra destra, fino all’incrocio con corso San Maurizio.

La signora Luisa ci indica di guardare un palazzo che si trova di fronte, sull’angolo opposto, un palazzo di colore giallo scuro, conosciuto dai torinesi come la “fetta di polenta”.

Fetta di polenta

«Viene definito così per la forma particolare, con il punto più stretto delle stanze di soli cinquantaquattro centimetri, che andremo a vedere proseguendo per via Giulia di Barolo. Il lato su corso San Maurizio, che abbiamo di fronte, misura poco più di quattro metri.»

Guardandoci la signora Luisa prosegue «il nostro viaggio finisce qui, con questo edificio, tanto sottile quanto temprato.

La signora Luisa guarda la fetta di polenta, ci gira intorno, a questo punto non ci stupiamo “quando voglio vedere qualcosa, per ricordare bene, ci passo almeno due volte: la seconda volta vedo cose che non avevo notato la prima volta e, sono sicura, dovessi ripassare ancora, vedrei qualcos’altro che mi è sfuggito anche la seconda volta.”

Contenti per la splendida passeggiata nella nostra amata Torino la invitiamo a prendere un caffè anche per poterle pagare la visita guidata.

Individuiamo un bar. Dice di proseguire, che a breve ci avrebbe raggiunti. L'abbiamo attesa invano, sparita. L'abbiamo cercata in questi anni per ringraziarla ma non siamo riusciti a trovarla.

Da allora, ogni volta che visitiamo un luogo, lo guardiamo due volte, per vedere cose che al primo sguardo avrebbero potuto sfuggirci e, forse anche per rivedere la signora Luisa.

Hoc die scripsi...

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