Sab, 04 Nov 2017 Perdersi

smarrimento psicologia racconto 4 minuti, 23 secondi
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Facile perdersi. Perdersi alle prime ombre della sera dopo essere andata a trovare un'amica in ospedale.

Come un'anziana signora, forse rimasta da sola senza più neanche quella unica amica e vicina di casa; l'ho incontrata in ottobre quando il buio arriva prima, nonostante l'ora legale.

Sto camminando verso via Ostiense a Roma, sono circa le sette di sera, ormai è scuro e ritorno a casa. Incrocio un gruppo di giovani donne, quattro o cinque che, scherzando, cercano di dare indicazioni a una donna anziana.

La signora chiede loro, quasi urlando, dove si trovi via Ostiense, appunto.

Gliela indicano e lei, senza esitare, sta per gettarsi in mezzo alla strada di corsa per svoltare nella via che le hanno indicato per raggiungere la propria meta.

Mi sembra di scorgere qualcosa di inevitabile che sento di dover interrompere. Decido, per poterla in qualche modo aiutare, di attraversare anche io la strada nella medesima direzione, e preoccupata che qualche auto possa investirla le chiedo "Posso aiutarla ad attraversare?"

"Sì, grazie grazie", mi urla. Mi afferra il braccio sinistro, stringendolo con tutte le sue forze.

"Tienimi stretta", mi dice, "aiutami ad attraversare la strada"; parla ininterrottamente, la saliva è satura, mi ripete continuamente di non lasciarla.

Cerco di tranquillizzarla con un poco di ironia, le sorrido. "Signora", le dico, "mi sa che lei si è un po' persa e non trova più la strada di casa. Ho indovinato? Ci scommetto che è uscita di nascosto a fare qualcosa e suo marito la sta cercando".

"Si", mi dice "hai ragione" e mi sorride incredula. "Sono andata a trovare una mia amica in ospedale" e mi racconta tutta la sua storia di vita in soli quindici minuti.

"Bene, allora mi segua che l'accompagno io. Si ricorda il suo indirizzo di casa?"

Lo ripete bene. Individuo la fermata del bus che stava cercando. Ci avviciniamo. Guardo i suoi occhi. Finalmente mi accorgo che hanno smesso di girare a vuoto. Si era persa e si è ritrovata.

"Mi ricordo", urla "devo prendere il 23, mi lascia a casa mia". Sale sul bus, mi abbraccia e mi bacia, "Sei il mio angelo", mi dice "qualcuno da lassù, mi ha mandato te". Chiedo all'autista, comunque, di darle un'occhiata fino alla destinazione.

La lascio, riprendo la strada verso casa. Penso alle sinapsi del suo cervello, penso che non dimenticherò mai il terrore nei suoi occhi, il senso di vuoto e la disperazione per essersi smarrita. E la gioia per essersi ritrovata.

Ma perdersi è facile, anche metaforicamente.

Come quando dimentichiamo le chiavi di casa e, all'idea di non ritrovarle, pensiamo a tutti i possibili ladri che potrebbero frugare tra le nostre cose, tra i nostri oggetti, i nostri affetti. Ci sentiamo impotenti, persi.

Un altro luogo, un altro tempo.

Sono appena salita sul treno ad alta velocità che mi riporta a Roma. C'è la solita fretta di trovare il proprio posto, visti i tempi ristretti tra l'apertura delle portiere per accedere alle carrozze e la partenza del treno stesso. Gli accompagnatori sono invitati a scendere, il treno sta per partire.

Ho il posto quattro lato finestrino, lo preferisco, mi piace osservare il paesaggio. Sono seduta. Un signore poggia una piccola borsa sul sedile al mio fianco e, occupando il posto, rimane in piedi, guardandosi attorno, come per cercare qualcuno o il proprio posto.

Lasciando il sedile occupato dalla borsa questo signore esce dalla carrozza. Nel mentre arriva una signora di una certa età, mi chiede se la borsa sia mia. Probabile che il posto sia suo e le dico quanto ho visto.

Ritorna il proprietario della borsa, gli spazi sono stretti, è naturale entrare in contatto. Il signore si riprende la borsa e va via. La signora ha una grossa valigia che, con il mio aiuto, riesce a mettere sulla cappelliera (finalmente qualcuna con la valigia più grande della mia). Sono di nuovo seduta. La signora comincia a frugare nelle tasche del vestito, nella borsetta e nella busta, dove è probabile porti qualcosa da mangiare durante il viaggio.

"Mi hanno rubato il cellulare. È stato quel signore di prima. Oddio, che faccio adesso?" Ha il volto tirato, gli occhi sbarrati.

Le dico di guardare di nuovo. Lei è sicura di aver subito un furto. Si siede ma è agitata. Intanto il treno è partito e lei continua a cercare senza convinzione.

"Si tranquillizzi e guardi con attenzione nelle tasche e nelle due borse". Finalmente scatta qualcosa ed effettua una ricerca approfondita. E difatti ritrova il telefono nella busta delle vivande, nascosto fra le diverse confezioni di cibo.

"Menomale, penso "facile incolpare, in questi frangenti, chi si ha vicino". Perdersi e ritrovarsi per un oggetto a cui non sappiamo più rinunciare.

Prendo il mio cellulare e mando qualche sms, a chi devo o voglio, per avvertire che sono partita. Chi rimane è in attesa di sapere che l'altro non si é perso.

A volte ci si perde per sempre all'interno della propria mente, quando la nostra verità non corrisponde più a quella del mondo in cui viviamo e non abbiamo gli strumenti per poter affrontare il cambiamento.

Capita di perdersi, e di ritrovarsi ma, in ogni caso, non siamo più quelli di prima perché l'esperienza che abbiamo vissuto, anche breve, ci cambia per un momento o per sempre.

Hoc die scripsi...

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