Sab, 23 Giu 2018 Un sentimento condiviso

sport Genova racconto 2 minuti, 48 secondi
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Se ti sembra di essere immerso con tutti i tuoi sensi, anima, corpo e cervello, in un quadro di Escher potresti essere a Genova.

E Maurits Cornelis Escher a Genova ha soggiornato per davvero. Così l'arte di Escher è anche Genova e Genova è ancora Escher, l’infinito che si incontra.

Le strade della Superba, così soprannominata Genova da Petrarca, seguono linee impensabili, si intersecano fra loro, avvolgono palazzi e monumenti, si dipanano percorrendo traiettorie divergenti ma a un certo punto, quando meno te lo aspetti, si incontrano e, di nuovo si diramano.

I due bus, su cui eravamo, avrebbero percorso una di queste strade del pensiero, uno dietro l'altro. Dentro donne, uomini, bambini, tutti desiderosi di raggiungere il luogo che sarebbe stato oggetto delle loro emozioni, lo stadio Luigi Ferraris.

Ci siamo tutti? Allora si parte. Una voce maschile emerge fra le altre per ricordarci di un capo d’abbigliamento che avremmo dovuto indossare. «Abbiamo tutti una maglia gialla, per farci riconoscere?». Io non avevo una maglia di questo colore, l'ho comprata all'ultimo momento.

Che cosa accomuna persone diverse a partecipare alla tanto attesa partita del cuore? Mi chiedo. La partita del Cuore 2018, un’amichevole di calcio tra la Nazionale Cantanti e i Campioni del Sorriso, si svolge a Genova come gesto di solidarietà e beneficienza verso l’AIRC (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) e l’Istituto Giannina Gaslini di Genova.

Perché, in fondo, partecipano così tante persone? Mi chiedo.

Per alcuni può essere il partecipare con leggerezza a uno spettacolo calcistico senza l’ansia del risultato positivo per la propria squadra; per tanti il piacere di trascorrere del tempo assieme in allegria; per tutti, forse, il sapere che il proprio altruismo può beneficiare chi necessità delle cure delle due organizzazioni succitate.

E per tanti altri motivi, non lo so. Forse lo scoprirò nel corso della serata, sono curiosa.

Solo con il nostro gruppo siamo una cinquantina.

Arriviamo quasi un'ora prima del calcio d'inizio.

È lunga l’attesa, mi dico.

In realtà anche le attese sono importanti. Quando si vive ci si può dimenticare che qualunque attimo è parte della vita, anche i momenti di attesa, che possono apparirci come una perdita di tempo. Quando capita, rifletto, cerca di sfruttarlo al meglio perché è un momento che non tornerà più. Scatto una fotografia nella mia mente per fissare questo momento.

Ogni nuova esperienza si aggiunge, come tessera di un enorme puzzle, nella costruzione del nostro essere.

L'attesa è finita, sono le 21,30 di mercoledì 30 maggio 2018, lo spettacolo può iniziare. Un grande rettangolo verde, una folla colorata sugli spalti, volti noti si intravedono sul campo, presentatori entusiasti annunciano l’evento.

Prima un’emozione che accomuna tutti: il ricordo di Fabrizio Frizzi.

A seguire striscioni, bandiere, urla, sensazioni varie. Magia ed emozioni travolgono i presenti, ognuno guarda il campo dal proprio punto di vista. Partecipare a questa manifestazione procura entusiasmo anche in coloro che non sono soliti frequentare questi eventi. Mi accorgo che quasi tutti gli spettatori, ciascuno a suo modo, sorridono, e questo sorriso ci accomuna.

A quel punto sono riuscita finalmente a dare un senso, il legame è condividere un momento con un sorriso.

A questo proposito, mi viene in mente il regista Paolo Ruffini che al Gaslini di Genova, dove ha presentato il suo docufilm "Resilienza", ha detto: «Impariamo a sorridere dai bambini malati». Loro sorridono, non competono, condividono.

Hoc die scripsi...

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