Dom, 30 Ago 2015 Nel silenzio di un convento di clausura

persone luoghi monachesimo 16 minuti, 49 secondi
 9
 0

Introduzione

"«Mi macero nei digiuni / E razioni d’insulti mi sorbisco / Vestito d’un saccaggio / Per loro sono un pagliaccio /... Ma io sono davanti a te Signore / Una preghiera nell’ora favorita». Alle cinque del mattino - notte fredda senza luci sull’isola di San Giulio - le monache benedettine del convento di clausura Mater Ecclesiae, in piedi da un’ora, cantano i salmi cercando sempre d’accordare la voce al cuore, come vuole la Regola."

Con queste parole comincia l’articolo di Stefania Miretti, intitolato Clausura ultima tentazione, pubblicato su La Stampa del 20 novembre 2006. Articolo che ho letto tutto d’un fiato, con molto interesse.

Quali sono i motivi che mi hanno spinta a scrivere una relazione su questo tema? L’autrice racconta dei tre giorni che ha trascorso sull’Isola di San Giulio presso l’Abbazia benedettina. Beh, alcuni anni fa ho vissuto la medesima esperienza; quindi mi è piaciuta l’idea di confrontare quanto ho visto e ascoltato di persona con quello che ha contemplato la giornalista del quotidiano torinese. Inoltre proseguo tuttora uno scambio epistolare con la Madre Abbadessa; corrispondenza che è cominciata subito dopo aver conosciuta madre Anna Maria Cànopi.

Breve biografia della M. Anna Maria Cànopi osb

Right

(Copyright © Diocesi di Piacenza-Bobbio - Sul sito anche un'intervista a Madre Anna Maria Canopi, del 6 luglio 2015, di Matteo Stabellini in occasione del premio Antonino d’Oro 2015 assegnatole il 4 luglio presso la Basilica di Sant’Antonino in Piacenza)

Anna Maria Cànopi è la fondatrice e l'Abbadessa dell’Abbazia Benedettina «Mater Ecclesiae» sull'isola di San Giulio, sul Lago d’Orta, in provincia di Novara. Scrittrice molto produttiva e esperta sapiente della letteratura dei Padri della Chiesa, è autrice di molti libri sulla spiritualità monastica e spiritualità cristiana. Ha collaborato all’edizione della Bibbia della CEI, al Catechismo della Chiesa Cattolica e alle edizioni dei nuovi messali e lezionari. Ha preparato il testo della Via Crucis di Giovanni Paolo II al Colosseo nel 1993.

Nel 1995 è intervenuta al Congresso della Chiesa italiana di Palermo portando la sua testimonianza di monaca benedettina al Convegno dei giovani europei tenutosi a Loreto.

Il mio primo incontro

La mia conoscenza della Madre Superiora è avvenuta negli anni '90 del secolo scorso poiché facevo parte, come tanti giovani di quell’età, di uno dei tanti gruppi parrocchiali legati al monastero in termini di condivisione dell’esperienza religiosa.

Ho un ricordo molto bello del nostro primo incontro e della persona che mi sono trovata davanti, non solo in termini di modi di essere ma anche per la straordinaria cultura che la stessa mostrava di possedere quasi in modo naturale. Si trattava non di una cultura appariscente ma legata a una evidente capacità di comprendere, aliena da pregiudizi, gli argomenti di cui parlavamo con un'apertura mentale comprendente la mia stessa quotidianità.

In quel momento mi sono resa conto che l’idea da me posseduta fino ad allora del mondo benedettino e forse comune a tante altre persone non era necessariamente vera: le benedettine non conoscevano soltanto le preghiere ma anche i fatti reali esterni e ciò che le persone potevano provare in merito.

Forse incuriosita, e in considerazione della mia giovane età e dello splendido e silenzioso paesaggio che circonda il monastero, alcuni mesi dopo chiesi alla madre di potermi fermare sull’isola per tre giorni.

Tre giorni in monastero

Soggiornai nell’osteria dove vengono ospitati tutti coloro che desiderano fermarsi per condividere l’esperienza. Essa è situata, sempre sull’isola, di fronte al convento. Mi venne data una chiave per aprire il portone d’ingresso, un portone in legno molto grande, oramai segnato dal tempo.

Premetto che le mie descrizioni si basano su dei ricordi che a volte possono essere approssimativi.

Arrivai in un tardo pomeriggio di novembre. Presi il battello da Orta e dopo una decina di minuti mi trovai sull’isola.

Era ormai tarda sera ed entrai nel grande portone pensando di entrare in un grande palazzo nobiliare. Quando entrai, rimasi un po’ sconcertata da ciò che mi trovai davanti, anche se avrei dovuto prevederlo. Le stanzette dedicate agli ospiti erano delle vere e proprie celle. Immagino che siano come quelle usate dalle stesse suore del convento. La cella poteva essere larga, più o meno, quattro metri per quattro. Erano composte da un lettino lungo circa due metri per due metri, c’era una sedia con un tavolino. In un primo momento, mi prese un po’ lo sconforto anche perchè l’unico rumore che sentivo era quello del mio respiro.

Infatti a chi arriva si richiede rispetto per il luogo e per gli orari delle messe. Decisi di voler vivere l’esperienza fino in fondo pertanto, su invito dell'Abbadessa, volli partecipare pienamente alle attività del convento. Le attività comprendevano anche la preghiera liturgica del monastero che viene effettuata, fin dalle prime ore del mattino, alle 4.50 circa.

Lasciai la foresteria e entrai nel retro del monastero in una cappella situata all’interno del convento per recarmi in preghiera. Le monache erano visibili attraverso una grata. Avendo come sottofondo il loro canto gregoriano, recitai anch’io le lodi. Credevo di essere l’unica persona presente in convento alle 3 o 4 del mattino e direi forse anche sull’isola. Al termine mi recai nella mia cella per riposare e verso le ore sette mi trasferii nuovamente in cappella.

Successivamente, in mattinata, mi proposi per alcune attività che una monaca, addetta agli ospiti e forse l’unica a poter avere un contatto con il mondo esterno, mi proponeva. Quella di contribuire al lavoro fu una scelta del tutto personale. So infatti che alcuni ospiti preferiscono non seguire tutte le preghiere della comunità.

Le monache, al termine del tempo riservato alla preghiera, iniziano il proprio lavoro. La successiva interruzione è rappresentata dalla Messa conventuale, che è il centro di tutta la vita monastica.

Il motto Ora et Labora definisce sapientemente le giornate delle monache benedettine: il monastero non è solo luogo di preghiera ma anche di lavoro. Mentre ascoltavamo, in religioso silenzio, le preghiere che venivano lette feci pranzo con le sorelle. Sempre in silenzio, dopo il pranzo, le sorelle si ritirarono. Faccio notare che non ho mai sentito, durante il pranzo, proferire alcuna parola dalle stesse; anche se pare, che dopo il pranzo e forse anche durante la giornata, ci sia qualche momento di ricreazione comune.

La stessa situazione si ripete anche la sera. La campana scandiva il tempo per indicare ogni momento di ritrovo comune. Successivamente cala il silenzio e tutto il monastero sembrava quasi scomparire. Subentrava l’ora di compieta, e la preghiera della sera. Alla conclusione della compieta termina la lunga giornata delle monache. Fino al giorno dopo era tornato il silenzio.

Devo dire che, dopo alcune ore, fortunatamente non fui del tutto sola a vivere quell’esperienza. Infatti, già dalla prima notte in cui mi sono recata in chiesa per seguire l’orazione, incontrai la seconda e ultima ospite del convento: finalmente sapevo che sull’isola eravamo almeno in due avvolte nel silenzio.

Per una persona poco abituata come lo ero il a stare nel bel mezzo della città torinese mi sembrava di trovarmi in un’altra dimensione e, forse, in un certo senso lo era.

Si trattava di una signora di mezza età di cui non ricordo il nome e che chiamerò Paola. Mi piace attribuirle questo nome perché si trovava in ritiro sull’isola a seguito della morte di suo marito Paolo, morto qualche settimana prima.

Ormai ospite quasi fissa, se pur saltuariamente, delle monache, decise che sarebbe stata la mia guida fisica. Era lei che scandiva il mio tempo anche perché, gli unici mezzi esistenti sull’isola, per cadenzare le giornate, erano il mio orologio e il campanile della chiesa. Ho capito dopo e col tempo che quella presenza mi aveva aiutata ad apprezzare meglio quella realtà.

L’ultimo giorno mi sentivo molto stanca, poiché ho retto con notevole sforzo tutte le attività che avevo voluto seguire. Ma mi sentivo molto felice di aver provato e capito cosa significasse questa esperienza.

Col tempo e negli anni a seguire pur non frequentando particolarmente il mondo ecclesiastico ho compreso che quella esperienza mi aveva portato a voler approfondire la tematica attraverso la lettura di alcuni testi.

Il segreto del chiostro

Il primo libro, che ho letto in quegli anni, è stato "Il segreto del chiostro. Colloquio sulla gioia con Mariella Carpinello" – casa editrice Piemme – in cui l’autrice intervista Anna Maria Cànopi.

Rispetto agli altri libri, che ho letto in una fase successiva, questo mi ha colpito più di altri in quanto l’autrice aveva vissuto la mia stessa esperienza. Secondo l’autrice, descrive con delle parole che io stessa avrei voluto pronunciare, le monache di clausura si ritirano dal mondo ma con la loro preghiera sono nel mondo. Ancora oggi posso dire che Carpinello ha descritto gli ambienti e le emozioni con delle parole che provocano i medesimi sentimenti in ciascuno di noi appena mette piede sul molo dell’isola.

Quanto si prova si può tentare di raccontare. Chi ascolta o legge può darne una certa interpretazione ma solamente l’esperienza personale riempire i vuoti che lasciano le spiegazioni o la conoscenza storica dell’argomento. Incamminarsi, in senso antiorario, per la via del silenzio, o all’opposto, per la via della meditazione è un viaggio nel tempo che allontana dalla estemporaneità del mondo esterno, dalla chiassosa realtà quotidiana.

Comunicare al mondo esterno

Le benedettine favoriscono la comunicazione con il mondo esterno, chiaramente nel rispetto delle regole impartite dall’ordine. Infatti la clausura porta ad una solidarietà con il mondo anche se la persona si separa dal mondo. Anche quando sembra che le monache si isolano dalle altre persone, esse pregano per tutti durante le loro orazioni.

C’è una partecipazione alla vita degli uomini anche per mezzo delle preghiere. Sono le medesime che vengono elevate nelle chiese che abbiamo nei nostri quartieri. È una concezione della clausura che può comprendere, seppur parzialmente, chi ha una certa fede o chi è disposto ad una certa comprensione. Lo strumento della preghiera non è l’unica apertura verso il mondo esterno.

Non bisogna dimenticare, infatti, anche i mezzi di comunicazione utilizzati per diffondere la presenza di queste realtà. Tra questi fattori o strumenti cito come esempio:

  • le informazioni che si trovano nei rispettivi siti internet. Notizie che possono essere sia di carattere prettamente spirituale che di semplice spiegazione del mondo benedettino nel suo complesso;
  • i libri che vengono pubblicati sul tema. In particolare, dalla Madre Abbadessa sono stati scritti moltissimi testi, di cui sono riforniti le edizioni Paoline, i cui temi trattano diversissimi argomenti;
  • gli incontri per i gruppi, non solamente giovanili, che spesso costituiscono dei veri e propri corsi. Nel caso degli incontri presso il Monastero di San Giulio partecipa anche la Abbadessa.

Durante questi ritrovi vengono trattate tematiche sia relative alla dimensione della spiritualità sia nozioni di carattere pratico. In ambito mistico vengono presi in esame, ad esempio, lo stile spirituale espresso dalla dimensione antropologica dell’uomo; o quale sia la valutazione o la percezione della spiritualità in Europa. Però vengono trattate pure tematiche relative alla maternità e al suo concetto religioso. O del bisogno dell’uomo d’oggi di estraniarsi, solo per un momento, dalla quotidianità.

Vivere in silenzio e solitudine

La scelta di vivere in una comunità religiosa richiede la volontà di condividere lo stesso ambiente fisico formando un gruppo riconoscibile unito non solo da vincoli religiosi ma anche organizzativi, linguistici e da interessi comuni.

Per favorire questo servono caratteristiche forti, tali da creare una identità degli appartenenti, tramite una storia comune, ideali condivisi, tradizioni; tale identità viene considerata come un'estensione della famiglia dove si condividono significati, norme di comportamento, e valori.

È opinione comune chiedersi come mai delle donne, anche molto preparate culturalmente, scelgono di vivere in una comunità religiosa in silenzio e quasi in solitudine.

Motivazioni di ieri e di oggi

In passato la scelta di entrare in convento veniva fatta dalle donne medioevali non per costrizione ma perché veniva data loro la possibilità di rendersi indipendenti e di istruirsi. Infatti molte di loro acquisivano un ruolo simile a quello dei prelati. In un certo senso era un po’ come richiedere la parità ponendo le basi per quella che oggi chiameremo rivendicazioni di parità e uguaglianza. Non bisogna dimenticare infatti che nel medioevo la donna non prendeva parte alla vita pubblica, non poteva votare e non possedeva dei beni materiali.

Oggi invece, per la maggior parte delle volte, si tratta di una vera e propria scelta interiore. La persona sente come una chiamata e, pertanto, compie tale scelta perché guidata dalla vocazione.

Credo che possano influire anche altri fattori come le frequentazioni o le letture. Coloro che sono particolarmente predisposti, per questo tipo di approccio al mondo, basta un impercettibile evento per far sviluppare la spinta motivazionale.

In taluni casi, come ho sperimentato di conoscenti, si sceglie di farsi suore o preti perché istintivamente e con semplicità portati a donare consigli spirituali. Sicuramente entrare in monastero non è cosa facile, nel senso che ci si deve assoggettare ad un anno di noviziato. Periodo di tempo in cui si viene istruiti sulle durezze della vita monastica e sul contenuto della regola. Solo quando si è sicuri che il candidato è veramente alla ricerca di Dio e sicuro della sua scelta che può pronunciare i voti definitivi.

Dopo aver messo per iscritto le proprie promesse ed aver rinunciato a tutti i propri beni, il soggetto viene considerato membro della comunità e da quel momento in poi il monaco svolge la sua vita quotidiana secondo i ritmi stabiliti dalla Regola benedettina, dedicandosi alla preghiera e al lavoro.

Certamente per comprendere tale realtà bisogna conoscere, almeno a grandi linee, le origini del monachesimo.

Monachesimo

Il monachesimo (dal gr. monachòs, derivato da mònos, solo), come modo di vivere, ha sempre trovato uno spazio nel cuore dell'uomo di ogni tempo e cultura. Esso privilegia alcune forme particolari di esercizi: la separazione dal mondo, la meditazione, il silenzio, l'ascesi, per mezzo delle quali l'uomo si pone alla ricerca del senso ultimo dell'esistenza. Questa condizione di vita è presente in quasi tutte le religioni, comprese quelle attuali.

Il monachesimo cristiano nasce come radicalizzazione della vita evangelica. Ritroviamo in esso come punti fondamentali ciò che è comune ad ogni cristiano: la ricerca di Dio nella lettura e meditazione assidua delle Scritture, la preghiera continua, il servizio del prossimo, il lavoro.

Il monachesimo, o anche monachismo, appare, a seguito dei diffusi movimenti ascetici precedenti, attorno al 300 d.C., secondo due modalità: quella anacoretica (il cui primo vero esponente fu l’egiziano Sant’Antonio), che predilige cioè l'aspetto della solitudine e del silenzio, e quella cenobitica (il cui primo maestro fu San Pacomio), che privilegia l'aspetto della comunione fraterna e dell'obbedienza.

San Benedetto da Norcia, unendo queste due espressioni, sperimenta un improbabile equilibrio tra i tanti aspetti che una vita monastica, per la sua natura universale, può assumere. Egli pone, come fondamento del carisma benedettino, le cosiddette tre "O". Nel novizio infatti, dice San Benedetto, si dovranno cercare tre cose: il desiderio della preghiera (Opus Dei), l’attitudine all’obbedienza (oboedientia) e la perseveranza nelle difficoltà (obpropria). San Benedetto esaltò ed affermò la validità della regola (in seguito RB sta per Regola Benedettina), indicata come la norma che permette di militare per Cristo sotto la guida dell’abate.

San Benedetto propone una via, quella dell'umiltà, che per lui è la strada maestra per unirsi con Dio perchè è quell'amore che ci ha manifestato lo stesso Figlio di Dio nella sua incarnazione fino alla morte di croce.

Il monastero è una "scuola" (dominici schola servitii, RB, Prologo, 45), una "officina" (RB 4) che offre alcuni strumenti utili a percorrere questa "scala dell'umiltà" (Regola, VII) con più facilità, come per esempio: custodire la percezione della presenza di Dio, rinunciare alla propria volontà di potenza obbedendo e collaborando con i fratelli, perseverare pazientemente nelle contrarietà, apertura del cuore ad un padre dello spirito, esercitarsi al silenzio, ricercare la verità di noi stessi con gli atti e le parole.

Il monastero è questo ambito concreto. Esso non è tanto il luogo rinchiuso da quattro mura, ma quello spazio - non solo locale ma certamente circoscritto - delimitato da altri tre grandi fondamenti: la comunità, la già citata regola e l' abate. Così recita la regola: «Cenobiti, sono coloro che vivono in monastero e prestano servizio sotto una regola e un abate» (RB 1).

La relazione che vincola il monaco a questi tre capisaldi è l’impegno all’obbedienza, quasi il cemento delle mura che hanno "come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù" (prima lettera di Pietro) perchè, nella sua obbedienza alle mediazioni, il monaco obbedisce in fin dei conti a Dio.

Il fine di questi strumenti è quello di offrire ad ogni uomo che cerca Dio una esperienza viva del dono di Dio fatto a tutti in Gesù Cristo: la partecipazione al suo Regno (RB, Prol. 50). Unito in Cristo, il monaco, segno per ogni cristiano, è chiamato ogni giorno a realizzare nella vita ciò che celebra nel mistero.

San Benedetto riceve e riconsidera la tradizione, lasciandoci l'eredità di rinnovare questo sforzo in ogni epoca. Oggi nella Regola leggiamo una suggerimento efficace per un modello di relazione con se stessi, con agli altri, con il mondo, con Dio; un modo di essere soprattutto nella chiesa.

Con grande senso della storia e dell’autorità sovrana di Dio, San Benedetto si preoccupa di ricordare, nell'ultimo capitolo della sua Regola, che la sua è solo una "piccola regola per principianti", un piccolo strumento. Egli rimanda invece alle Sacre Scritture ed ai Padri monastici che lo hanno preceduto; è ben conscio che ciò a cui il monaco deve aspirare resta al di là delle capacità di ogni umana realizzazione, perchè è azione di Dio, dono dall'alto gratuito e imprevedibile, in nessun caso strumentalizzabile.

"Quale pagina, infatti, o quale parola ispirata da Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, non è rettissima norma della vita dell'uomo? O da quale libro dei santi Padri cattolici non echeggia un invito a correre per la via retta che conduce al nostro Creatore?" (Rb 73). Solo la sottomissione a questa azione dello Spirito renderà i monaci capaci di ricevere questa grazia, che rende il cuore spalancato: "Man mano che ci si inoltra nel cammino della vita monastica e della fede, si corre sulla via dei comandamenti del Signore col cuore dilatato dalla dolcezza inesprimibile dell'amore" (RB, Prologo).

È presso il monastero che l’abate svolge la funzione di padre dei suoi monaci e capo di tutta l’organizzazione sociale ed economica. Come funziona questa gruppo di devoti?

Organizzazione dei monasteri

Per quanto riguarda l’organizzazione dei monasteri, risulta che ancora oggi l’abate per prendere decisioni importanti deve convocare tutta la comunità mentre invece per decisioni di importanza minore convoca il consiglio dei decani. L’abate infatti coordina tutta la comunità. Il suo successore verrà scelto da lui e, qualora fosse in punto di morte, può scegliere il suo successore e se non è più in condizioni di farlo è il monaco più anziano a decidere al suo posto. La regola benedettina stabilisce che il monaco scelto dalla comunità deve poi essere ordinato abate dal vescovo alla cui diocesi il monastero appartiene.

L’abate deve organizzare il convento in modo che ogni monaco abbia un suo compito specifico utile al regolare svolgimento della vita quotidiana e basato nello spirito del servizio reciproco.

Conclusioni

L’obiettivo prefissatomi all’inizio di questo testo era quello di sostenere delle prove che dimostrassero che chiudersi in monastero non è un’allontanarsi dal mondo ma uno stare nel mondo in modo diverso: credo, nel mio piccolo, di averlo raggiunto.

L’idea di trattare proprio questo tema è nata dal fatto che una persona di mia conoscenza ha appena intrapreso questa strada e pertanto mi sono dedicata a riflettere nuovamente sul tema cogliendo l’occasione di questa relazione.

Credo inoltre che anche se tutte le suore vivono in una comunità ben scelta e tutte sono in contatto con il mondo attraverso la preghiera, ognuna è un individuo con un proprio carattere, una propria storia, una propria cultura e pertanto può anche scegliere di isolarsi completamente.

La Abbadessa è una donna con un'apertura mentale e un interesse verso il mondo davvero sorprendente.

Chiuderei questa relazione con un commento fatto dalla stessa quando le chiesi: «In che modo nella quotidianità delle nostre città è possibile ritrovare la serenità di San Giulio e serbarne il ricordo?» Lei mi rispose: «Semplicemente, quando non riesci a trovarla, alza gli occhi al cielo; esso è uguale ovunque».

Messaggio successivo Messaggio precedente