Mer, 24 Mag 2017 Amico libro

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Non avrei voluto interrompere la sua lettura. Era seduto sul lato corridoio, io vicina al finestrino e avevo necessità di andare verso una carrozza fornita di un distributore di bevande calde. Avevo proprio bisogno di un caffè.

Prendere la borsa e compiere quei gesti che anticipano un alzarsi non sono serviti tanto questo lui era assorbito dai tipi impressi nel libro.

Per capirci diamogli un nome fittizio, mi piace chiamarlo Federico. Ci sono persone che si chiamano in un modo ma nella nostra testa si battezzano in un altro, il motivo non si sa. E continuiamo a chiamarli con il nome che decidiamo per loro malgrado il loro vano e ripetuto tentativo di ricordarci il nome esatto.

A voce chiedo a Federico se può farmi passare.

Ricordo vagamente il periodo ma con certezza visualizzo il luogo in cui lo incontrai: era la tratta ferroviaria Firenze Milano. Mi parlò di una serie di argomenti che, sebbene di spessore, mi annoiarono e così anche nei successivi casuali incontri.

Chiesi a me stessa perché mai la vita me lo avesse fatto incontrare e lui, interpretando i miei pensieri, richiamò la mia attenzione parafrasando quelle scrittrici che "mulinano metafore sulla ruota delle parole ed improvvisano fughe retoriche sui fogli della scrittura". Capii che era un uomo dotato di una certa intelligenza blindata tuttavia dalla maschera della timidezza.

Un giorno però, accadde qualcosa che gli permise di evadere dal suo solipsismo, per il resto del mondo, innocuo.

I suoi occhi entrarono nei miei e con uno sguardo sognante e un tono di voce decisamente intransigente, mi disse di aver preso una decisione. Mi incuriosii ma rimasi in silenzio perché annoiata da coloro che vantavano certezze ma lui, al contrario, mi trasmetteva una sensazione di sicurezza cullata da un tono di voce sereno e armonico.

Disse che a scrivere nel mondo erano in tanti e che lui era da solo a leggere, sostenne di non potercela fare perché era un peso troppo grave per lui. Quindi sostenne di aver preso, finalmente, una decisione.

Gli piaceva leggere molto più che scrivere. Ciò che sapeva o che gli sembrava di sapere, in qualche modo era già suo, quello che altri scrivevano con molte probabilità non sarebbe mai appartenuto in realtà alle sue conoscenze più profonde, al suo inconscio.

Leggeva di tutto un po', credo che avesse tante fonti da cui attingere nuove letture. Ad esempio, con la sola tessera delle biblioteche civiche superava già la sua capacità in termini di tempo e di resistenza fisica perché come ogni lettore,anche lui poteva disporre di decine di libri gratuiti per un mese prorogabili per un altro mese.

Di recente gli si era anche aggiunta la possibilità di scaricare per quindici giorni due libri digitali dalla biblioteca on line mediaonlibrary, con le stesse credenziali delle biblioteche fisiche.

Comunque digitali o in carta, lui doveva restituirli alla biblioteca e questo gli consentiva di superare, almeno in parte, quel bisogno irrefrenabile di possesso, anch'esso duplice nella forma e nel contenitore: libro o file.

Ma quando il bisogno di dominio diventava dipendenza, correva nel suo mondo. Federico si rifugiava in libreria perché, diceva, l'approccio al contenuto di un libro cartaceo era come seguire la traiettoria di una ape: avvicinarsi a un fiore/libro per la vivacità del colore/copertina, saggiarne il contenuto potendo sbirciare in maniera casuale.

Gli piaceva leggere ovunque si trovasse: a casa, sul tram, sull’aereo o seduto su una panchina di un parco mentre aspettava qualcuno o un qualcosa.

Però i testi erano davvero tanti e davvero una sfida impari, difficile da affrontare. Fino a quella età, aveva letto dalla prima all'ultima pagina di ogni libro quasi in una forma maniacale: se il testo era lungo, e c’erano autori davvero prolifici, la sua lettura tendeva a somigliare a uno di quelle unioni che si protraggono oltre la resistenza dei due interessati.

Dai libri di questo tenore decise di separarsi all’improvviso, senza pentimento. Anzi lo fece con la maggioranza dei libri, però cambiò metafora, per evitare doppi sensi che non voleva menzionare: scelse di usare la metafora del cibo.

Mi disse che, secondo lui, per vivere servivano un certo numero di calorie; piuttosto che raggiungere la sufficienza con un'unica portata, aveva deciso di moltiplicare le pietanze limitando la loro quantità.

Disse che la stessa cosa avrebbe fatto con I libri. Lo guardai con aria incredula e per un attimo, pensai che forse la fatica del vivere stesse condizionando la sua mente ma poi ricordai a me stessa la frase di Luigi Pirandello che associa a ogni uomo che pensa una propria e unica verità. Non avendola ancora trovata, la verità, disse di voler ampliare le letture per riuscire a trovarla. Sorrisi e gli chiesi di aiutarmi a comprendere cosa lui intendesse dire perché il ragionamento usciva dai miei consueti schemi.

Federico mi rispose di aver sempre letto un libro dalla prima all’ultima pagina scrupolosamente quasi per un senso del dovere ma da quel giorno, avrebbe letto solo l'introduzione o il primo capitolo a meno che ne valesse davvero la pena; in tal caso, alla maniera degli antichi romani, ne avrebbe “vomitato il contenuto” come dopo un pasto abbondante.

Se, tuttavia, si fosse trovato difronte a un libro di un piacere irresistibile, be’!, la lettura completa sarebbe divenuta un obbligo morale, una forma di ossequio per l'autore.

Questa soluzione era secondo lui possibile dal lato del consumo, del lettore fruitore del prodotto mentre aveva una proposta da fare sul versante della produzione: agli scrittori di tutto il mondo avrebbe suggerito di smettere di scrivere testi al computer e di tornare a usare la macchine da scrivere perché, a suo dire, la società, avrebbe risolto in qualche maniera l'eccessiva produttività.

Guardandolo capii che lui aveva trovato una soluzione, la sua soluzione: avrebbe tenuto separata la parola quantità dalla parola qualità.

Finì di parlare, mi guardò e mi chiese: "Pensi che qualcuno mi ascolterà?".

Gli sorrisi, semplicemente.

Federico, con uno sguardo finalmente sollevato, si voltò e se ne andò.

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