Sab, 01 Ago 2020 Gita sul lago dell'anima

racconto psicologia Varese 7 minuti, 57 secondi
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Bla bla bla… questo è il titolo di un libro di Culicchia che vorrei leggere, mi ispira ma non so se lo leggerò. Siamo in agosto, fa un caldo becco e sto pensando soltanto a una vacanza.

1

Non so se ho voglia di andarci ma alla fine ci andrò perché mi farà sentire normale e mi fa sentire bene poterlo dichiarare al mondo. Cosa vuole dire essere normali? Potete aiutarmi?

Mi chiamo Sonia, mi occupo di fatti psicologici, mi prendo cura delle persone, vivo da sola nei pressi di Gavirate e lavoro a Varese. La zona è tranquilla, sembra di essere sempre in vacanza, è coperta da una vegetazione varia e lussureggiante, ci sono boschi e tanti giardini dove, quando posso, vado a passeggiare immergendomi nel suo verde. A proposito, non sono ancora andata nel parco di Villa Toeplitz, non mancherà l’occasione, quando andrò ve lo dirò.

Per quanto mi riguarda, ho un viso credo affabile, vagamente somigliante alla Morante, la scrittrice. A volte lo nascondo un po' per non essere riconosciuta perché in fondo mi piace essere misteriosa. E la mascherina aiuta. Vi capita di pensarlo?

Custodisco i segreti di tante persone, nessun caso veramente grave, solo un gran bisogno da parte di tanti di scambiare qualche parola in libertà con una persona di fiducia, di poter raccontare tutto quello che di solito non si confida a nessuno.

I miei assistiti mi considerano una persona affidabile. Non so se vi è mai capitato di vedere la serie televisiva I soprano di alcuni anni fa; se sì, ricordate il rapporto che c’era tra Tony Soprano, il protagonista, e la sua analista? Escludendo il contorno, diciamo così, “lavorativo, professionale” di Tony, egli è un uomo insicuro, soggetto ad attacchi di panico che lo portano a raccontare tutto, ma proprio tutto, delle vicende che vive. Può sembrare una rozza esagerazione, ma la trama racconta a meraviglia della necessità di affidarsi, relazionarsi e confrontarsi con un'altra o altro (in ossequio al politicamente corretto) che ci faccia uscire dal labirinto dentro cui siamo rimasti intrappolati.

Quello che mi viene raccontato rimane tra le pareti del mio studio, per questo motivo vi racconto una storia.

Mi piacerebbe scrivere un libro in cui mettere le diverse confidenze e i casi più strambi. Lo farei perché credo possa arrecare sollievo ma non so se lo farò mai. Credo che ritrovarsi facilmente nella storia di qualcun altro ci faccia pensare «allora non succede solo a me!» e questo ci fa sentire meno soli.

2

La nostra storia inizia un lunedì mattina di circa quattro mesi fa, ricordo bene quel giorno, c’era un cielo limpido e sereno ma sentivo in lontananza dei borbottii simili a tuoni che preannunciavano un grosso temporale in vista. Quando sento arrivare un temporale penso ai miei capelli che bagnati si arricciano e mi innervosisco.

Ho un appuntamento alle nove, ovviamente del mattino, con un signore segnalatomi da una mia amica. Quando mi ha telefonato per fissare un appuntamento l’ho sentito molto agitato.

3

«Dottoressa, vengo a qualsiasi ora purché mi riceva», mi dice dall’altra parte del telefono.

Arriva, suona alla porta, dallo spioncino vedo un uomo basso e mingherlino, con gli occhiali, con due occhi sporgenti e l’aria afflitta. «Mi sembra un pulcino», penso, «anche se non è ancora piovuto.»

Dopo aver tolto il blocca porta, una mia vecchia abitudine che mi fa sentire più sicura, apro.

Adesso che lo vedo di persona, senza il filtro deformante dello spioncino, mi appare uno di quei visi che più li guardi per la loro stranezza e più ti viene voglia di guardarli e non sai perché. Forse le proporzioni o chissà cos’altro. Mah, vai a capirlo.

Mi guarda, lo guardo, ci guardiamo. Mi sento intrappolata nei suoi occhi, viranti sul verde.

È sempre fermo sull’uscio della porta. Pure io aspetto. Sono più strana io o lui? Non fatemi domande a cui non so rispondere.

«Buongiorno dottoressa», dice dopo circa un minuto di eternità.

«Buongiorno signor M., vuole entrare?»

Entra, perlustra con lo sguardo l’interno, lo invito a sedersi, si siede.

«Cosa ne pensa lei del coronavirus? Delle mascherine? Della Lombardia?» mi chiede.

Al mattino non connetto molto ma credo che per lui sia importante parlare quindi mi invento possibili risposte. Prima o poi arriverà al punto, mi dico, dopo aver consumato questi argomenti di circostanza, per fortuna non mi parla del tempo. Ad un certo punto affronta l’argomento che lo tormenta!

«Sono ossessionato da un sogno, lo faccio quasi tutte le notti, da un paio di mesi. Corro come un matto in diverse direzioni. Lo faccio più con le mani che con i piedi, mi trascino avanti affondando le mani nel terreno.» Dopo aver detto questo, lo ripete con altre parole, è anche logorroico.

Lo lascio parlare, mi dispiace interromperlo, credo sudi freddo. Qualche domanda solo per capirlo meglio. «Corre sforzandosi?»

«No, non faccio alcuno sforzo, mi sembra naturale correre in quel modo. Mi sembra di essere quasi una scimmia che corre a quattro mani. La cosa strana è che non capisco dove sto andando, non ho una meta. Mi sembra di essere in ritardo rispetto a un impegno ma non ricordo quale sia, so soltanto di essere in ritardo. Questo pensiero mi tormenta l’animo.»

«In questi giorni ha forse delle scadenze?»

«No», risponde di getto. «Ci sono periodi dell’anno in cui lavoro un sacco ma adesso niente di speciale, comunque non in questo periodo.»

Provo a sondare l’ambito familiare, «e in famiglia? Tutto bene?»

«Mi creda dottoressa, le solite faccende, bollette che scadono ma non me ne preoccupo le ho domiciliate proprio per non pensarci.»

«Mi diceva che ha dei figli, le danno forse dei grattacapi?»

«Assolutamente no. Ma cosa pensa? Sono degli angeli, i miei figli!» Per qualche secondo diventa silenzioso, poi aggiunge «frequentano la scuola con profitto, a volte litigano tra di loro ma sono bisticci tra fratelli.»

Insisto, prima o poi arriveremo da qualche parte. «E i parenti, gli amici i conoscenti, stanno tutti bene?»

«Assolutamente si!», quasi rimbomba. Sembrava particolarmente stizzito come se la conversazione stesse prendendo una piega non desiderata o che le mie domande fossero troppo invadenti. «Va tutto bene, abbiamo ricominciato a vederci senza problemi.»

Era compiaciuto nel raccontare come la sua vita stesse procedendo per il giusto verso.

4

So cosa state pensando a questo punto. «Ma cosa è venuto a fare questo tipo se va tutto bene?» vi starete chiedendo e, mentalmente, me lo chiedevo anch’io.

Posso però difenderlo e dirvi che le cause di un sogno possono essere insignificanti per una parte del nostro cervello ma non per l’inconscio che, per riequilibrare il suo stato, organizza le esperienze per farne dei sogni.

Ad un certo punto ho un’idea malsana, «si metta a correre qui, in questa camera, così mi fa vedere in che modo corre nel sogno.»

Si alza, si posiziona e comincia a gattonare come un cagnolino. Poi si ferma per un istante e guarda un quadro che ho appeso su una parete che rappresenta un paesaggio dello stesso colore dei suoi occhi verdi. Sembra attratto da tutto quello che si avvicina al verde.

«Cosa sta pensando di me dottoressa?»

Ho un’intuizione, lo guardo e aspetto che si rigiri verso di me, «penso, signor M., che sia giunto il momento di agire, nessuna prova da superare.»

E quindi gli dico «le propongo di fare una gita ai laghi. Potrebbe andare ad esempio al lago di Varese a piedi o in bici ma non verso il Lido della Schiranna, piuttosto fino a Gavirate. Non sono molti chilometri, se al ritorno sarà stanco potrà sempre tornare in treno. Vada da solo, se le verrà da correre corra altrimenti cammini o vada in bici l’unica cosa che vada il più possibile a piedi.»

«Perché», mi chiederete, «deve camminare il più possibile?»

Beh, non posso dirvi proprio tutto…

«La prossima volta, se tornerà da me, mi racconterà della gita», gli dico salutandolo.

5

Il signor M. non è mai più tornato da me a raccontarmi come è andata la gita e se è andato. Per alcuni mesi non ho saputo più nulla di lui. A volte mi è capitato di sorridere con me stessa, ripensando a questa assurda storia, mi sono chiesta se fossi stata io a farlo fuggire con la mia proposta un po' stravagante oppure, cosa più triste, se lo sconforto lo avesse completamente divorato.

Dopo altro tempo, ricevo una lettera senza mittente.

Gentile dott.sa, volevo farle sapere che sono andato in gita, tutto a piedi, ho passeggiato per sei ore sul lungolago anche nella parte più boschiva e paludosa, sul sentiero che costeggia la Via al Lido e mi sono imbattuto in qualcosa che serpeggiando è fuggito verso l’acqua, probabilmente era un’anguilla, lasciando a riva qualcosa che si muoveva, era un piccolo pesce che boccheggiava. Per pietà l’ho rimesso velocemente in acqua. Penso fosse un’arborella.

L’ho salvata dalla morte, però mi sono divertito all’idea che quel che era positivo per la vittima fosse negativo per la predatrice alla quale avevo praticamente tolto il cibo dalla bocca. E poi mi sono davvero rilassato con tutto quel verde della natura circostante.

Da allora dormo e non ho più quell’incubo.

Grazie per avermi aiutato.

Parafrasando Carl von Clausewitz, mi verrebbe da dire che il sogno non è che la continuazione della vita con altri mezzi.

Forse dentro di sé il signor M. non accettava che le cose potessero cambiare e per rasserenarsi aveva bisogno solo di una lenta, buona camminata in mezzo al verde. Provatelo, passeggiate senza fretta, circondatevi di piante e tornerete sereni, diciamo, almeno per un po’.

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