Dom, 22 Nov 2015 Dall'archivio della mia coscienza

natura Verbania racconto 3 minuti, 17 secondi
 8
 0

Due stagioni fa sono spuntata sul mio albero in Via Belgio, sul lato opposto al marciapiede tra Via al Roccolo e la stradina che conduce sia allo stadio che all'impianto di incinerazione del Cimitero di Pallanza. Da qui non ho mai visto il lago, Maggiore o Verbano mi dicono, che ho alle spalle. Non avrei potuto neanche se il mio albero fosse stato più alto, a causa delle palazzine adiacenti, ma ho potuto assaporare la salita che porta alla sommità del Monte Rosso.

Due stagioni una vita intensa la mia e di coloro che ho visto nei paraggi. Ho compreso il trascorrere del tempo dal colore del manto che ricopre il monte, dal tipo di nuvole transitate, dall'abbigliamento delle persone che ho visto passeggiare per ogni dove. Ed io ad osservare, giorno e notte.

L'ho già detto: non vedo il lago ma nelle notti più quieti ne sento il respiro, turbato nelle giornate ventose, riguardoso in quelle serene. E una varietà di essenze provenire da esso, non le dimenticherò facilmente.

Amo l'albero che mi ha nutrita e protetta e sorretta e credo che anche esso provi lo stesso sentimento nei miei riguardi, forse solo frazionato fra tutte le foglie di cui si fa carico. Con altrettanto amore abbiamo restituito quello che ciascuna di noi era in grado di offrire, abbiamo lavorato per far crescere il nostro albero. Esso, per ricordarsi di noi, ha aggiunto un anello al suo tronco: ogni cerchio un pensiero per una generazione di foglie che va via.

Fossi nata in Via Paolo Troubetzkoy ora sarei solo un problema per la fruibilità dei marciapiedi e della strada, sarei rimossa dagli operatori ecologici assieme alle foglie del mio albero e a tutte le foglie delle altre piante che costeggiano il lungolago e buttata chissà dove, forse bruciata, non lo so. Qui nessuno mi da fastidio, mi distendo sulle lussureggianti foglioline del prato. Che fortuna rimanere adagiata sul manto erboso e specchiarmi nel cielo fra le fronde del mio albero quasi spoglio e sonnolento in attesa di nuovi amori. Mi auguro di resistere abbastanza per vedere le nuove foglie che ci sostituiranno.

Questo è quanto speravo.

Da terra sono stata raccolta, adagiata nel taschino di una camicia, ho preso autobus treni e metropolitane, ho visto città che non immaginavo, sono entrata in un alloggio, appoggiata su di un vetro trasparente e nascosta sotto un coperchio, come in un tunnel abbacinata da una luce di grande intensità, il coperchio sollevarsi, l'avvicinarsi di un libro, non faccio in tempo a leggere il titolo, il buio che mi avvolge.

Puoi trovarmi tra due pagine che mi sussurrano:

Il violinista Jones

La terra alimenta un fremito continuo
nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente vede che sai suonare,
be', ti tocca suonare, per tutta la vita.
Che vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato tra te e il fiume?
C'è vento nel granturco: ti freghi le mani
per i buoi già pronti per il mercato;
oppure senti il fruscio delle gonne.
come a Little Grove quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una colonna di polvere
o un vortice di foglie significavano disastrosa siccità;
a me sembrava di vedere Sammy Red-Head
che ballava sulle note di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare i miei quaranta acri
per non parlare di acquistarne altri, 
con una ridda di corni, fagotti e ottavini
agitata nella mia testa da corvi e pettirossi
e il cigolio di un mulino a vento - vi pare poco?
Mai misi mano all'aratro in vita mia
senza che qualcuno si fermasse per strada
e mi portasse via per un ballo o un picnic.
Finii con quaranta acri;
finii con il mio violino sgangherato - 
e una risata rauca, e mille ricordi, 
e nemmeno un rimpianto.

P.S.: Il titolo richiama quello di una canzone di Renato Zero, Nell'archivio della mia coscienza. La poesia, Il violinista Jones è tratta da L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Messaggio successivo Messaggio precedente