Dom, 14 Feb 2016 Travagli d'animo e cortesi amori

luoghi monachesimo racconto 5 minuti, 38 secondi
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Beato per alcuni, santo per altri, leggenda per molti, cosa volete che vi dica? Sono trascorsi diversi secoli e trovare un qualsiasi straccio di documento anche solo dopo pochi mesi può costituire ancora oggi un problema. Chiedete a coloro che, pur avendo già pagato una qualunque tassa, vengono chiamati a provarlo senza riuscirvi. Di secoli ne sono passati otto però il furore di quella tempesta agita ancora l'animo mio. È la mia versione, quindi se vorrete, accoglietela cum grano salis.

Se debbo cominciare questa storia abbisogna ponere i giusti limiti alla mia esistenza: venni al mondo ad Arolo, una fresca sera di novembre del 1137, il giorno 23 già dedicato a Santa Caterina d'Alessandria. Tenete ben a mente questo nome perchè lungo la mia travagliata esistenza ne fui seguito con insistenza. Della fine già conoscete l'anno, 1205, a cui non aggiungo altro perchè capita pure di rinascere a miglior vita il medesimo giorno della nascita terrena: dunque in me alfa e omega, l'inizio e la fine, coincidono alla stregua di un suggello.

Suvvia, passiamo innanzi a dettagliare di quel dì, cuspide dei miei giorni, del mio travaglio. Ogni momento, ricordo, per filo e per segno, tutto è inciso nel mio cuore, antica sede della memoria. Aggiungo che sul principiare del secolo venturo, nel 1300, un toscano a voi ben noto, che voi ricordate quale sommo poeta proporrà una gran bella metafora proprio del sigillo ma, alle esperienze, associa un diverso recipiente:

Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello

Dunque, è vero che venni sorpreso da una terribile tempesta, un fenomeno imponente, un'addizione di elementi: trombe d'aria, grandinate, fulmini e tempeste di vento. Quel devastante nubifragio fu capace di trasformare, in mare aperto, fin quasi oceano immenso, le fattezze di un lago di cui non ravvisavo già più i contorni. Mi potreste obiettare che in mare aperto, il volgere del tempo può essere repentino non così in un lago per quanto grande come il Verbano, oggi preferite Maggiore. Fui testimone, debbo smentirvi!

I lampi già squarciavano il cielo gonfio di nubi nere quando dovetti necessariamente fuggire da Lesa. Dalla barca ebbi a intravedere le sponde per poco tempo poiché la pioggia divenne fitta e battente. Quando calò il sipario sulla saluberrima riva volsi un pensiero alla flora insubrica, che per tante ore hanno allietata la mia permanenza sotto di essa. Ancora ai vostri giorni ne avete dimostrazione di ciò che ho goduto. Ma posso assicurarvi che la differenza tra ciò che era e ciò che rimane per voi oggi è somigliante a quella che occorre tra un bosco inesplorato e un nostro povero giardino medievale.

Meditai che niente più di un albero custodisce la passione e la paura, nei rami protesi al cielo e nelle radici avvinghiate al suolo. La passione ci spinge verso l'altro, l'altrove e, quindi la conoscenza, la paura ci trattiene abbarbicati alla solita idea per sostenerci, alle abitudini, atterriti dalle novità.

Questo mio elucubrare, questo riflettere su ciò che stavo lasciando, non era sufficiente a rischiarare quale sarebbe stato il mio divenire né la luce di una lucerna sulla mia imbarcazione era in grado di rendere eplicita la mia posizione. Non sapevo quanta distanza avessi guadagnato e quanta ancora ne restasse per giungere a destinazione. Mi trovavo a metà strada tra le sponde? Non lo sapevo e ancora oggi non saprei dirvelo pur avendolo vissuto.

Ovunque fossi, ebbi una gran paura di morire, mi sentivo ormai spacciato. Invocare l'aiuto divino fu del tutto naturale. Promisi di cambiar vita. Più che ovvio fu rivolgermi a S. Caterina d’Alessandria che ebbi a conoscerne il culto da un fratello di mia madre, Orderico, ritornato da Edessa e sopravvissuto alla seconda crociata. Feci appena in tempo a completare la supplica che già intravedevo l'agognata sponda.

Quando approdai nel seno di una calétta, nei pressi di Reno mi fu tutto chiaro. A trentatré anni la mia vita ebbe un nuovo inizio che è durato altri trentacinque anni, tutti dedicati alla contemplazione, in principio del mio passato, poi dei miei cari, in seguito del creato, infine delle donne e uomini esemplari che mi avevano preceduto lungo l'impervio cammino che mi accingevo a percorrere, senza tentennamenti.

Non posso e non devo nascondervi la natura impetuosa e indomabile del mio carattere che mi ha spinto come un novello Ulisse a ricercare esperienze che meritassero d'essere vissute. Veniamo al dunque. Quello che non vi è stato raccontato sono le motivazioni che mi portarono su quella barca il giorno della tempesta. Non furono motivi economici fra mercanti che mi spinsero su quella barca. Non fu il timore di essere malmenato da qualche vittima d'usura, ne le ragioni della legge nel perseguirmi pei miei commerci sì poco leciti.

La causa fu la giovane Caterina M., che non era mia moglie e il dolce stil novo (più antico di quanto ritenete almeno nella versione non scritta), miei cari posteri, le sublimi poesie che ho declamato alla giovine donzella. Ebbi a vederla spesso quand'ella recava seco una cesta di panni sporchi da liscivare sulle sponde del lago.

Sia chiaro, la nostra morale era ben diversa dalla vostra, ciò che non era lecito allora, a voi oggi appare innocuo e mi rallegro, dunque, se ciò che racconto è in grado di strapparvi un sorriso. Tengo a palesare questo segreto e anche altrove puoi trovarmi tra due pagine che mi convocano:

"L’Historieta è una leggenda? D’accordo! Ma ogni leggenda ha un nucleo storico, reale.(…) per l’inizio ci vuole sempre un seme, un personaggio. Che poi, nel caso nostro, Antonio Giorgio Besozzi abbia rielaborato una leggenda antica di tre secoli può darsi benissimo; anzi propendo proprio per questa tesi. Perciò come ipotesi di lavoro mi sembra di poter proporre questa conclusione: il Besozzi facendo delle ricerche trova presso il monastero qualche indicazione scritta e molto più orale (…) molta fantasia ma anche un fondamento storico. Nel caso specifico l’esistenza di una persona che per assolvere ad un voto o per altre ragioni inizia a risiedere e a costruire sul terrazzamento del Sasso Ballaro all’inizio del sec. XIII. Si chiamava Alberto Besozzi? E perché no?"

P.S.: Per questa storia, completamente inventata, mi sono ispirata a un testo sul Beato Alberto Besozzi, pubblicato sul sito della'Associazione Storico-Culturale Lezedunum Leggiuno. In precedenza, il 20 settembre 2015 ho visitato l'Eremo di Santa Caterina del Sasso, luogo che ho trovato splendido e che consiglio caldamente di andare a vedere se si ha voglia di rintracciare testimonianze del nostro passato. Questo tesoro è custodito dall'Associazione di Oblati di S. Benedetto.

Inoltre mi sono documentata sui seguenti siti:

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