Ven, 24 Mag 2019 Il commesso fumantino

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La mia cassetta delle lettere ha uno sportellino in vetro. Per controllare se c'è posta, basta dare una sbirciata. A volte riesco perfino a capire il tipo di corrispondenza, dal volume delle singole buste o dal loro colore.

Questa busta mi sembra diversa dalle solite che ricevo, apro lo sportellino e la prendo. Avevo ragione, arriva dal Comune della città dove, in quel periodo, mi trovavo a vivere. È la prima volta che ricevo qualcosa da loro.

Proviene dal'Ufficio Imposte Locali, servizio per la raccolta della spazzatura. Che coincidenza, penso, a giorni avrei dovuto consegnare la dichiarazione di domicilio in città ma ho rinviato più di una volta, pensando di avere ancora tempo. Del resto, sapevo di essere ancora in tempo. La metto in borsa e richiudo lo sportellino.

Salgo in casa. Prendo il coltello apri-lettere ed estraggo il contenuto.

In effetti, sono le rate della TARI da pagarsi per l'anno in corso. Mi sembra una cifra verosimile, euro più euro meno, è quanto pago nella mia città. Però che strano: nel documento vengono riportati 4 (quattro) residenti mentre nell'alloggio vivo da sola.

La casa in cui mi trovo è piccola, ci fossero state altre tre persone, forse, me ne sarei accorta. Meglio sorriderci su, non avendo ancora inviata la dichiarazione, mi toccherà andare in Comune per sistemare la questione.

Spero di trovare gli orari di apertura e l'indirizzo sul sito dell'ente. Dico spero, perché queste informazioni solo qualche volta sono facilmente reperibili. In questa era della comunicazione, penso, sono proprio le informazioni utili a mancare.

Mai disperare, le ho trovate. Andrò il primo giorno utile e presenzierò l'ingresso ancora prima dell'apertura, così potrò recarmi direttamente al lavoro. Ho fatto bene ad arrivare prima, in breve si forma un nugolo di persone.

All'ora prevista, puntuale come il sorgere del sole, il portone d'ingresso si apre. L'addetto all'operazione, dopo aver bloccato le ante, ci fa accomodare nell'androne e poi nel corridoio prossimo ai locali dove sono già seduti gli addetti. Nei locali, dove aspettiamo, sono presenti delle panche.

L'addetto, che ci ha fatto entrare, ha distribuito a ognuno un biglietto che riporta il numero di chiamata.

  • Signora di qua, non di la. E lei ? Cosa deve fare? Il suo timbro di voce penetra i timpani di tutti.

Attendo il mio turno, nel frattempo mi guardo attorno e ascolto frammenti di conversazioni. Per esempio, quello che ho definito addetto si è autodefinito "messo comunale". La definizione mi sembra alquanto arcaica, a me piace di più definirlo "commesso".

Questo commesso, senza scomodare il famoso antropologo Cesare Lombroso dal suo riposo, mostra caratteristiche che me lo fanno etichettare come "piccolo, energico, probabilmente ansioso". La prova di quello che ho pensato si materializza quasi subito. Dove c'è una coda, ci sono quasi sempre discussioni.

È presto detto.

  • Quando tocca me? È un’ora che aspetto! ‘Sti numeri non vanno avanti!?

Una signora chiede impaziente, alzando la voce verso il commesso.

  • Deve aspettare il suo turno signora, come tutti , non c'è solo lei. Lei pensa che io mi metta a cronometrare le tempistiche di tutti quelli che entrano? urla l'uomo.

Per il commesso, a quanto pare, la richiesta è pura filosofia, perché ciascun utente può avere esigenze diverse, ogni impiegato una propria velocità.

Voglio farla breve, la signora non soddisfatta dalla risposta del commesso, insiste e i due si scontrano. Poi lei si allontana abbastanza contrariata. Sembra andare via.

Poco dopo, sarà passato meno di un quarto d'ora, dall'altro capo del corridoio arriva una donna che si intrattiene con il commesso. Quest'ultimo le racconta cosa è avvenuto, come l'ho sto raccontando io a voi. La vedo ritornare sui propri passi e sparire lungo il corridoio. A breve, appena sarà il mio turno, scoprirò che quel corridoio dovrò percorrerlo anche io per recarmi all'Ufficio Protocollo.

Spero di uscire almeno in giornata, mi dico.

Difatti, appena entro con la lettera che ho ricevuto, l'mpiegata la legge e mi dice che lei potrà solo rifarmi i conteggi per una sola persona ma la dichiarazione la dovrò consegnare di persona al piano di sopra.

Spesso chiamiamo kafkiano, assurdo, tutto quello che la burocrazia riesce a mettere in campo. Questa volta il termine vorrei usarlo per descrivere il percorso che mi avrebbe condotta verso l'Ufficio Protocollo. L'ufficio protocollo, mi fa venire in mente i vari film di Fantozzi e sorrido.

Un dedalo, fra scaffali aperti pieni di documenti, corridoi che si immettono in altri corridoi solo dopo aver girato o a destra o a sinistra, non meno di cinque/dieci minuti. Fossi uscita dal portone laterale, da cui sono entrata, e fossi entrata direttamente dall'ingresso principale avrei impiegato solo due o tre minuti. Sono completamente disorientata.

Entro per protocollare la mia richiesta e mi sembra di rivedere la donna che ha parlato con il commesso. Appena mi vede, con passo sostenuto, si precipita verso di me.

Alta quasi quanto me, bruna, con occhiali, non mi sembra di conoscerla.

  • Lei era presente alla discussione di prima? mi chiede con fare inquisitorio.

  • A cosa si riferisce?

Per un attimo si ritrae ma poi riprende imperterrita.

  • Lei ha assistito alla discussione tra l'impiegato e la signora? Ho bisogno di sapere se l'impiegato è stato arrogante. Pone il quesito con ansia.

Penso di capire cosa intenda, intuisco che lei è la responsabile del commesso. Ha bisogno di un testimone per poi procedere contro di lui, forse, con un richiamo e, nei suoi propositi, avrebbe scelto me come testimone.

Il solito dilemma che mi pongo da anni: siamo noi che scegliamo le persone o sono gli altri che scelgono noi?

Questa situazione è imbarazzante, penso. E poi, io sono qui per una mia pratica, ho fretta e mi ritrovo in una diatriba tra colleghi.

  • Deduco che lei sia la responsabile, le dico.

  • Si, certo.

  • Vede, signora, se le dicessi che il suo collaboratore ha urlato, allora vorrebbe dire che forse anche lei non è stata in grado di dirgli come comportarsi...

Mi guarda, stranita - grazie, grazie, mi dice allontanandosi frettolosamente.

Purtroppo sono dovuta tornare l'anno dopo per un’altra pratica. Entrando l'ho visto, era sempre li, e la sua voce si sentiva anche dall'atrio.

Era lui, il commesso sempre più fumantino.

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