Sab, 17 Feb 2018 La bocca della verità

parole verità racconto 2 minuti, 12 secondi
 22
 0

Cammino per la strada e mentre osservo il mondo che mi circonda, penso che quando siamo soli ci sono le parole a farci compagnia; attraverso di esse descriviamo noi stessi e il resto del mondo. Ho imparato, strada facendo, che le usiamo, le scegliamo con cura ma pure senza riflettere abbastanza; anche se forse converrebbe farlo, sono le parole che usiamo a descrivere ciò che siamo e come gli altri ci vedono.

Vorremmo che le parole da usare, alla stregua di un vestito o di un paio di scarpe, fossero alla moda e belle anziché sciatte e brutte. Di noi gli altri vedono subito la figura, ciò che indossiamo, come ci muoviamo, mentre la parola arriva dopo, però ci distingue come un biglietto da visita (come dicevano i nonni nella loro capacità di semplificare “la gente ti classifica per come ti vede”).

Il temperamento, l’istruzione, i valori, il grado di socievolezza emergono e si mostrano ai nostri interlocutori mediante le parole che scegliamo.

Anche quando stiamo in silenzio comunque i nostri pensieri sono un insieme di parole e se esse sono positive ci sentiamo meglio, altrimenti le parole negative, pure se poche, ci fanno star male.

Anche gli altri ci considerano positivi o negativi in base alle parole che usiamo e come le introduciamo nel mondo. Altrettanto accade dentro di noi nell’ascoltare coloro che incontriamo.

Le parole stabiliscono anche la nostra appartenenza sociale, lavorativa, amicale, familiare e culturale. All’interno di un determinato gruppo, certe parole sono il liquido amniotico che determina la sopravvivenza del singolo, la sua accettazione: fai parte di un gruppo se sai parlare lo stesso linguaggio, sei riconosciuto. Le parole adeguate al contesto sono un passaporto per i componenti del gruppo, un segno di riconoscimento che vieta l’accesso a coloro che ne sono sprovvisti.

(Chi è che non ha mai letto, durante l’infanzia, i fumetti di Walt Disney?)

“Bravo zio” gridarono in coro Qui, Quo, Qua per ciò che hai appena detto e subito corsero tutti intorno ad abbracciarlo.

Tutti gli altri abitanti di Paperopoli rimasero in religioso silenzio in attesa del commento, che certamente ci sarebbe stato, di Zio Paperone alla famiglia.

“Nipote, pur non avendo gradito la poca importanza che dai ai miei valori da cui ti tengo ancora lontano (perché quei soldi mi servono per poterci ogni tanto nuotare), mi compiaccio dei tuoi pensieri, che a quanto pare tieni ben nascosti però sai esporli in caso di necessità come quando parti per questo lungo viaggio. Vieni qui, fatti abbracciare, nipote prediletto.”

Nel frattempo Paperina si mise a piangere dalla felicità, sparpagliando intorno a sé lacrimoni enormi (come avviene di solito nei fumetti).

Hoc die scripsi...

Messaggio successivo Messaggio precedente